Ricordo, ormai non pochi anni fa, la prima volta che ai tempi del liceo lessi del
nichilismo, e di come rimasi scandalizzato da tutto il male che
se ne diceva, quasi che "nichilismo" fosse una brutta parola.
Pensando alla storia della filosofia, molto in generale, non si
trovano che filosofie "costruttive". Non dovrebbe quindi stupire che il
nichilismo, schierandosi contro ogni filosofia, affermando falsa ogni verità,
si sia fatto una pessima reputazione. Come neppure stupisce che quel giudizio
si sia esteso all'uso comune. Mi viene in mente la cattiveria con cui certi
personaggi di Dostoevskij, in una scena dell'Idiota, danno dei nichilisti ad altri,
come si trattasse di ammalati, affetti da un "morbo morale".
Eppure, dicevo, rimasi scandalizzato da quell'ostilità, perché del nichilismo non riuscivo che
a vederne il bene. Le critiche mi erano incomprensibili, come se fossero pronunciate in una lingua
sconosciuta. Cosa poteva esserci di sbagliato
nell'abbattere ideali, idoli e ideologie? Si potrebbe dire, ed è certo giusto,
che il mio fosse un adolescenziale esercizio di disubbidienza.
L'ultima di infinite ribellioni generazionali. Perché è innegabile che nel
nichilismo passivo, così smanioso di combattere ma incapace di vedere oltre la battaglia, ci sia tanta immaturità. Quell'impressione iniziale, però, non l'ho mai persa: per me la
parola nichilismo ha sempre conservato un significato positivo.
Anche a costo di andare contro Nietzsche, e mi costa, nel nichilismo non riesco
a intravedere i segni della decadenza occidentale. Per il semplice motivo che non è
possibile abbattere valori senza edificarne, al loro posto, di nuovi, che
andranno poi incontro alla stessa sorte. Ogni svalutazione porta in grembo una trasvalutazione. E, nonostante quanto detto sopra, fatico a credere che esista davvero un nichilismo
passivo. La "volontà del nulla", come l'ha definita Nietzsche, a ben pensarci è un
controsenso.
Gli uomini non possono semplicemente "svuotarsi". Si potrebbe dire che la storia è per gran parte proprio una storia di svalutazioni, o meglio di trasvalutazioni. In epoca
contemporanea si assiste tutt'al più a un'accelerazione. Più
che scomparire, i valori cambiano.
Se proprio si vuole definirlo, il nichilismo è scetticismo portato a maggiore
consapevolezza. Un atteggiamento critico fattosi sistematico, che non
risparmia neppure (si spera) se stesso. Non fine ma mezzo. È troppo semplicistico dire - come suggerisce l'etimologia - che il
nichilista non crede in niente.
In definitiva, e concludo, c'è un solo valore che il nichilismo cerca di
combattere a tutti i costi, la cui corruzione si propaga agli altri. Un ideale
che, come una chiave di volta, li sorregge tutti. Si tratta della "verità".
Finché la si crederà un traguardo, e non una direzione, sfuggirà sempre. Come l'orizzonte.
Questo più di ogni altro, e da cui ogni altro, è il peccato originario.
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