25.12.11

Sentenze

     Ma che sono gli anni per i rimorsi, se non istanti.

20.12.11

Ritagli letterari

     « So che lei è un tranquillo operaio dell'eterno cantiere di Dio e che non le piace sentir parlare di distruzioni, ma cosa posso farci: io non sono un muratore di Dio. Del resto, se qui i muratori di Dio costruissero edifici con muri autentici, difficilmente le nostre distruzioni potrebbero far loro qualche danno. Io ho invece l'impressione di vedere dappertutto, al posto dei muri, nient'altro che fondali. E la distruzione dei fondali è una cosa giustissima. »
       M. Kundera, Lo scherzo (I)

19.12.11

Filosofare col martello

     Ricordo, ormai non pochi anni fa, la prima volta che ai tempi del liceo lessi del nichilismo, e di come rimasi scandalizzato da tutto il male che se ne diceva, quasi che "nichilismo" fosse una brutta parola.
    Pensando alla storia della filosofia, molto in generale, non si trovano che filosofie "costruttive". Non dovrebbe quindi stupire che il nichilismo, schierandosi contro ogni filosofia, affermando falsa ogni verità, si sia fatto una pessima reputazione. Come neppure stupisce che quel giudizio si sia esteso all'uso comune. Mi viene in mente la cattiveria con cui certi personaggi di Dostoevskij, in una scena dell'Idiota, danno dei nichilisti ad altri, come si trattasse di ammalati, affetti da un "morbo morale".
     Eppure, dicevo, rimasi scandalizzato da quell'ostilità, perché del nichilismo non riuscivo che a vederne il bene. Le critiche mi erano incomprensibili, come se fossero pronunciate in una lingua sconosciuta. Cosa poteva esserci di sbagliato nell'abbattere ideali, idoli e ideologie? Si potrebbe dire, ed è certo giusto, che il mio fosse un adolescenziale esercizio di disubbidienza. L'ultima di infinite ribellioni generazionali. Perché è innegabile che nel nichilismo passivo, così smanioso di combattere ma incapace di vedere oltre la battaglia, ci sia tanta immaturità. Quell'impressione iniziale, però, non l'ho mai persa: per me la parola nichilismo ha sempre conservato un significato positivo.
     Anche a costo di andare contro Nietzsche, e mi costa, nel nichilismo non riesco a intravedere i segni della decadenza occidentale. Per il semplice motivo che non è possibile abbattere valori senza edificarne, al loro posto, di nuovi, che andranno poi incontro alla stessa sorte. Ogni svalutazione porta in grembo una trasvalutazione. E, nonostante quanto detto sopra, fatico a credere che esista davvero un nichilismo passivo. La "volontà del nulla", come l'ha definita Nietzsche, a ben pensarci è un controsenso. Gli uomini non possono semplicemente "svuotarsi". Si potrebbe dire che la storia è per gran parte proprio una storia di svalutazioni, o meglio di trasvalutazioni. In epoca contemporanea si assiste tutt'al più a un'accelerazione. Più che scomparire, i valori cambiano.
     Se proprio si vuole definirlo, il nichilismo è scetticismo portato a maggiore consapevolezza. Un atteggiamento critico fattosi sistematico, che non risparmia neppure (si spera) se stesso. Non fine ma mezzo. È troppo semplicistico dire - come suggerisce l'etimologia - che il nichilista non crede in niente.
     In definitiva, e concludo, c'è un solo valore che il nichilismo cerca di combattere a tutti i costi, la cui corruzione si propaga agli altri. Un ideale che, come una chiave di volta, li sorregge tutti. Si tratta della "verità". Finché la si crederà un traguardo, e non una direzione, sfuggirà sempre. Come l'orizzonte. Questo più di ogni altro, e da cui ogni altro, è il peccato originario.

18.12.11

Ma appeso a testa in giù era meglio

     Ormai si è dimesso già da un po'. Ma dopo quasi vent'anni - tanti ne sono passati dall'indimenticabile discesa in campo in diretta TV - è surreale pensare di non rivederlo più. O, se non altro, di meno. Per quelli della mia generazione, appunto ventenni o poco più, cresciuti assieme alla sua carriera politica, e che l'hanno visto e sentito fino allo spasimo da quando hanno memoria, questo è un momento pieno d'incertezze e confusione. Se n'è andato, con lui, anche qualcosa di noi: perché certi antagonismi arrivano a definirti. Bene (?) o male era diventato un'abitudine, e dalle abitudini, perfino le peggiori, è sempre difficile staccarsi.
     Siamo disorientati, perfino smarriti, e non abbiamo più idea di dove puntare il dito. Quello medio.

17.12.11

Sentenze

     Dietro ogni verità c'è un pregiudizio.

16.12.11

Ritagli letterari

     « La vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta, è la letteratura. Vita che, in un certo senso, abita in ogni istante in tutti gli uomini non meno che nell'artista. Ma essi non la vedono, perché non cercano di illuminarla. E così il loro passato è ingombro di innumerevoli negativi, che restano inutili perché l'intelligenza non li ha "sviluppati". La nostra vita, e anche la vita degli altri; perché lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, non è una questione di tecnica, ma di visione. È la rivelazione, che sarebbe impossibile attraverso i mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa esistente nel modo in cui ci appare, differenza che, se non ci fosse l'arte, resterebbe il segreto eterno di ciascuno. Solo attraverso l'arte possiamo uscire da noi, sapere cosa vede un altro di un universo che non è lo stesso nostro e i cui paesaggi rimarrebbero per noi non meno sconosciuti di quelli che possono esserci sulla luna. Grazie all'arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e quanti sono gli artisti originali, altrettanti mondi abbiamo a nostra disposizione, più diversi gli uni dagli altri di quelli che ruotano nell'infinito; mondi che mandano ancora fino a noi il loro raggio inconfondibile molti secoli dopo che s'è spento il fuoco - si chiamasse Rembrandt o Vermeer - da cui esso emanava. »
      M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto - Il tempo ritrovato

15.12.11

Volo, sempre Volo, fortissimamente Volo

     Fondamentalmente non ho niente contro scrittori come, chessò, Fabio Volo. O Moccia. O la Meyer. O chi per loro, che insomma ci siamo capiti. Sono, si sa, scrittori mediocri, commerciali, e non è certo - purtroppo? - un crimine. Che poi è capitato a tutti di leggerne (cioè, no, quelli lì io non li ho mai letti). Ma il fatto che abbiano successo, addirittura un grande successo, beh, è inevitabile faccia incazzare. Perché questo successo non permette di restargli, come si meriterebbero, e come si vorrebbe, indifferenti. Perché in qualche modo, non molto chiaro, arrivano perfino a fare "cultura". E anche sapendo che il tempo li seppellirà, che non ne lascerà niente, intanto - cioè finché si deve sopportarli - non consola granché.
     Che poi il vero problema non è, sempre per dirne uno, Fabio Volo. Il problema, ovviamente, sono tutti quelli che i libri di Volo li comprano, che fanno ore di coda per averne l'autografo, che vanno alla prima dei film tratti dai suoi libri, e così via. E non è vero, come si dice di solito, "l'importante è che almeno leggano qualcosa". O, se non altro, non è vero dopo i sedici anni. O dopo i primi libri letti. Dopo, per continuare, bisogna non essere mai cresciuti. O essere semplicemente stupidi.

14.12.11

Varia lectio

     Ho ritrovato, scritto qualche mese fa, quello che doveva essere il primo messaggio per un nuovo - ormai questo - blog. Fuori tempo massimo? In ogni caso, visto il valore documentario (?), e che comunque ci avevo lavorato, lo posto.

---

     Non sono una persona insonne - anzi. Ma, quella in cui mi sono deciso a cominciare questo blog, è stata una notte in cui faticavo ad addormentarmi. Una di quelle - come certo sono capitate a tutti - in cui si ha troppo da pensare per dormire. Però, e sia chiaro, non scrivo per lamentarmi, o per sfogarmi. In realtà non ho problemi per cui dovrei; o almeno niente di preciso. Ma capita certe volte di sentire come se ci fosse qualcosa, da qualche parte, di sbagliato, pur senza sapere precisamente cosa. Come un'atmosfera. E bisogna fare qualcosa.
     Quindi, non ho trovato niente di meglio che mettermi a scrivere. Perché la letteratura, per me, è sempre stata una soluzione, o almeno quel che più se ne avvicinasse; di certo la più elegante. Basta poco per sentirsi meno inermi nei confronti della vita. E scrivere è un modo per reagire. Per trovare un senso, o piuttosto darlo, a tante cose. Nero su bianco, come si dice. Le parole, quando hanno significato, hanno anche potere.
     Un blog, diciamo, è un pretesto per scrivere senza sentirsi ridicoli. Per avere uno spazio proprio, sempre a disposizione, di cui non si debba rendere conto a nessuno. E d'altronde sono sufficientemente egoista - o menefreghista - per non curarmi di quanti (o se) mi leggano. L'unico pubblico per cui scrivo, in definitiva, non sono che io.

13.12.11

Ritagli letterari

      « Quando scrivi qualcosa e dài dentro, sei sereno, equilibrato, felice. »
      C. Pavese, Il mestiere di vivere (02/03/1948, II)

12.12.11

Scrivere per combattere, o almeno per resistere

     Mi sono deciso, alla fine, a cominciare questo blog, nonostante i fallimentari - o quasi - tentativi del passato. La decisione, dopo tanti dubbi, e molto banalmente, è venuta leggendo Il mestiere di vivere di Pavese. Più che il desiderio di emulazione, però, è stato l'esempio ad avermi ispirato. In breve: la sua spontaneità. Mi sono reso conto, anche se ci pensavo già da tempo, di aver fatto sempre lo stesso errore in passato, di aver preteso - dai blog e da me - troppo.
     Leggendone il diario mi sembrava come di vederlo Pavese, la sera tardi, prima di andare a letto, mettersi a scrivere. A riordinare la propria giornata e, un po' per volta, la propria esistenza; nonostante il tragico epilogo. Libero e sincero. In quei momenti, e solo in quelli, me lo immagino sereno, lui che non lo era affatto. Perché scrivere, come lo stesso Pavese lascia intendere qua e là, è sempre una liberazione. E scrivere bene una gioia.
     Così eccomi qua. E questa volta, come dicevo, senza pretese. Senza presunzioni letterarie o erudite. Leggero, insomma, negli argomenti e nello stile. Chissà che riesca a trovare la mia libertà, e la mia gioia.