Non c'è speranza che eguagli la bellezza del rimpianto.
Dead Inside
27.3.12
17.2.12
23.1.12
Ritagli letterari
« Ho pensato spesso, allora, che se avessi dovuto vivere dentro un tronco d'albero morto, senz'altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato. Avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi [...]. »
A. Camus, Lo straniero (II, II)
19.1.12
Coincidenze
Ormai è da parecchio che tengo gli Skillet in "libreria", anche se, sotto sotto, gli ho sempre rimproverato una certa banalità. E, soprattutto, il "buonismo" dei testi. Ma nonostante tutto certe sonorità, e perché no certi testi, mi sono sempre piaciuti: dopo tanti anni gli resto ancora affezionato.
Per questo, dopo l'iniziale sorpresa, mi ha fatto piacere scoprire che la traccia #13 dell'album Awake (2009) - ma presente solo nella Deluxe Edition, che a suo tempo non ascoltai - si intitola Dead Inside, come questo blog. Canzone che non mi è dispiaciuta, e che quindi propongo per onorare la coincidenza. Perché le coincidenze vanno tenute da conto; ma di questo, magari, ne riparlerò un'altra volta.
Per questo, dopo l'iniziale sorpresa, mi ha fatto piacere scoprire che la traccia #13 dell'album Awake (2009) - ma presente solo nella Deluxe Edition, che a suo tempo non ascoltai - si intitola Dead Inside, come questo blog. Canzone che non mi è dispiaciuta, e che quindi propongo per onorare la coincidenza. Perché le coincidenze vanno tenute da conto; ma di questo, magari, ne riparlerò un'altra volta.
16.1.12
Titivillus Awards 2011
Fare bilanci annuali, o di qualsiasi altro lasso di tempo, non mi è mai piaciuto molto, ché scegliere è sempre difficile; e si potrebbe discutere sull'opportunità di "affettare" gli anni. Ma, almeno, non è qualcosa di puerile come la lista dei buoni propositi per l'anno nuovo. E ormai che, diciamo così, comincio ad avere una certa età, e gli anni iniziano un po' a confondersi, fare una sorta di bilancio non mi è sembrata essere una brutta idea. Non è su di me, però, che ho intenzione di fare il bilancio, che sarebbe oltremodo ridicolo, bensì su quanto dell'anno appena trascorso mi ha più colpito. Un po' come se dovessi, tipo Nobel, assegnare dei premi.
Di categorie, senza averci dovuto pensare troppo, ne ho scelte tre, che in ordine - personalissimo - d'importanza sono: letteratura, cinema e musica. Ma dato che, in generale, non sono particolarmente interessato alle ultime novità, ho preso in considerazione tutto quel che ho letto, guardato e ascoltato nel 2011, indifferentemente che fosse o meno una novità dell'anno.
Il libro dell'anno, pur avendo letto meno che in altri, è Oblòmov (Oblòmov, 1859), di Ivan A. Gončaròv. Si tratta di un classico, ma, cosa che lo rende ancora più "gustoso", di quelli non troppo celebri. È il libro che tutti i pigri, come me, dovrebbero leggere. E farne la loro Bibbia. Scherzi a parte, è impossibile ridurre in poche righe l'enormità, pur nella sua piccolezza, di un personaggio come Oblòmov, e di quello che rappresenta. Opera - di un "tipo" umano e di un'epoca - monumentale.
Il film dell'anno, poi, è Prima dell'alba (Before Sunrise, 1995), di - soggetto, sceneggiatura e regia - Richard Linklater, interpretato da Ethan Hawke e - che angelo! - Julie Delpy. Il genere, pur vergognandomi un po' a dirlo, è romantico, ma basta non partire prevenuti per riconoscerne il valore. È un film sincero, ispirato, senza retorica. Straordinariamente riflessivo, eppure leggero. Da guardare e riguardare.
Menzione d'onore, prima di concludere questa categoria, per il Nicolas Winding Refn, giovane cineasta danese con alle spalle già una splendida filmografia, scoperto con Drive (Drive, 2011).
L'ultima categoria, non ascoltando molta musica, è forse un po' forzata, ma tanto vale non farsi mancare niente. La canzone dell'anno (non osando un "album dell'anno"), dalla soundtrack del videogioco Red Dead Redemption (2010), è quindi Deadman's Gun, degli Ashtar Command (gruppo indie semi-sconosciuto, come tutti i buoni gruppi indie). Una canzone traboccante di disperazione, ma anche di delicatezza. Morbida e affilata come il rimpianto.
E quindi per l'anno appena trascorso, dopo aver fatto ingiustizia a tanti altri degni candidati, è tutto. Arrivederci al prossimo. Sempre qui. Forse.
Di categorie, senza averci dovuto pensare troppo, ne ho scelte tre, che in ordine - personalissimo - d'importanza sono: letteratura, cinema e musica. Ma dato che, in generale, non sono particolarmente interessato alle ultime novità, ho preso in considerazione tutto quel che ho letto, guardato e ascoltato nel 2011, indifferentemente che fosse o meno una novità dell'anno.
Il libro dell'anno, pur avendo letto meno che in altri, è Oblòmov (Oblòmov, 1859), di Ivan A. Gončaròv. Si tratta di un classico, ma, cosa che lo rende ancora più "gustoso", di quelli non troppo celebri. È il libro che tutti i pigri, come me, dovrebbero leggere. E farne la loro Bibbia. Scherzi a parte, è impossibile ridurre in poche righe l'enormità, pur nella sua piccolezza, di un personaggio come Oblòmov, e di quello che rappresenta. Opera - di un "tipo" umano e di un'epoca - monumentale.
Il film dell'anno, poi, è Prima dell'alba (Before Sunrise, 1995), di - soggetto, sceneggiatura e regia - Richard Linklater, interpretato da Ethan Hawke e - che angelo! - Julie Delpy. Il genere, pur vergognandomi un po' a dirlo, è romantico, ma basta non partire prevenuti per riconoscerne il valore. È un film sincero, ispirato, senza retorica. Straordinariamente riflessivo, eppure leggero. Da guardare e riguardare.
Menzione d'onore, prima di concludere questa categoria, per il Nicolas Winding Refn, giovane cineasta danese con alle spalle già una splendida filmografia, scoperto con Drive (Drive, 2011).
L'ultima categoria, non ascoltando molta musica, è forse un po' forzata, ma tanto vale non farsi mancare niente. La canzone dell'anno (non osando un "album dell'anno"), dalla soundtrack del videogioco Red Dead Redemption (2010), è quindi Deadman's Gun, degli Ashtar Command (gruppo indie semi-sconosciuto, come tutti i buoni gruppi indie). Una canzone traboccante di disperazione, ma anche di delicatezza. Morbida e affilata come il rimpianto.
E quindi per l'anno appena trascorso, dopo aver fatto ingiustizia a tanti altri degni candidati, è tutto. Arrivederci al prossimo. Sempre qui. Forse.
25.12.11
20.12.11
Ritagli letterari
« So
che lei è un tranquillo operaio dell'eterno cantiere di Dio e che non
le piace sentir parlare di distruzioni, ma cosa posso farci: io non sono
un muratore di Dio. Del resto, se qui i muratori di Dio costruissero
edifici con muri autentici, difficilmente le nostre distruzioni
potrebbero far loro qualche danno. Io ho invece l'impressione di vedere
dappertutto, al posto dei muri, nient'altro che fondali. E la
distruzione dei fondali è una cosa giustissima. »
M. Kundera, Lo scherzo (I)
19.12.11
Filosofare col martello
Ricordo, ormai non pochi anni fa, la prima volta che ai tempi del liceo lessi del
nichilismo, e di come rimasi scandalizzato da tutto il male che
se ne diceva, quasi che "nichilismo" fosse una brutta parola.
Pensando alla storia della filosofia, molto in generale, non si
trovano che filosofie "costruttive". Non dovrebbe quindi stupire che il
nichilismo, schierandosi contro ogni filosofia, affermando falsa ogni verità,
si sia fatto una pessima reputazione. Come neppure stupisce che quel giudizio
si sia esteso all'uso comune. Mi viene in mente la cattiveria con cui certi
personaggi di Dostoevskij, in una scena dell'Idiota, danno dei nichilisti ad altri,
come si trattasse di ammalati, affetti da un "morbo morale".
Eppure, dicevo, rimasi scandalizzato da quell'ostilità, perché del nichilismo non riuscivo che
a vederne il bene. Le critiche mi erano incomprensibili, come se fossero pronunciate in una lingua
sconosciuta. Cosa poteva esserci di sbagliato
nell'abbattere ideali, idoli e ideologie? Si potrebbe dire, ed è certo giusto,
che il mio fosse un adolescenziale esercizio di disubbidienza.
L'ultima di infinite ribellioni generazionali. Perché è innegabile che nel
nichilismo passivo, così smanioso di combattere ma incapace di vedere oltre la battaglia, ci sia tanta immaturità. Quell'impressione iniziale, però, non l'ho mai persa: per me la
parola nichilismo ha sempre conservato un significato positivo.
Anche a costo di andare contro Nietzsche, e mi costa, nel nichilismo non riesco
a intravedere i segni della decadenza occidentale. Per il semplice motivo che non è
possibile abbattere valori senza edificarne, al loro posto, di nuovi, che
andranno poi incontro alla stessa sorte. Ogni svalutazione porta in grembo una trasvalutazione. E, nonostante quanto detto sopra, fatico a credere che esista davvero un nichilismo
passivo. La "volontà del nulla", come l'ha definita Nietzsche, a ben pensarci è un
controsenso.
Gli uomini non possono semplicemente "svuotarsi". Si potrebbe dire che la storia è per gran parte proprio una storia di svalutazioni, o meglio di trasvalutazioni. In epoca
contemporanea si assiste tutt'al più a un'accelerazione. Più
che scomparire, i valori cambiano.
Se proprio si vuole definirlo, il nichilismo è scetticismo portato a maggiore
consapevolezza. Un atteggiamento critico fattosi sistematico, che non
risparmia neppure (si spera) se stesso. Non fine ma mezzo. È troppo semplicistico dire - come suggerisce l'etimologia - che il
nichilista non crede in niente.
In definitiva, e concludo, c'è un solo valore che il nichilismo cerca di
combattere a tutti i costi, la cui corruzione si propaga agli altri. Un ideale
che, come una chiave di volta, li sorregge tutti. Si tratta della "verità".
Finché la si crederà un traguardo, e non una direzione, sfuggirà sempre. Come l'orizzonte.
Questo più di ogni altro, e da cui ogni altro, è il peccato originario.
18.12.11
Ma appeso a testa in giù era meglio
Ormai si è dimesso già da un po'. Ma dopo quasi vent'anni - tanti ne sono passati
dall'indimenticabile discesa in campo in diretta TV - è surreale
pensare di non rivederlo più. O, se non altro, di meno. Per quelli della
mia generazione, appunto ventenni o poco più, cresciuti assieme alla
sua carriera politica, e che l'hanno visto e sentito
fino allo spasimo da quando hanno memoria, questo è un momento pieno
d'incertezze e confusione. Se n'è andato, con lui, anche qualcosa di noi: perché certi
antagonismi arrivano a definirti. Bene (?) o male era diventato
un'abitudine, e dalle abitudini, perfino le peggiori, è sempre difficile
staccarsi.
Siamo disorientati, perfino smarriti, e non abbiamo più idea di dove puntare il dito. Quello medio.
17.12.11
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